Espositivo FIL/03 (Edificio a shed "Ex Filanda)

EDIFICIO A SHED EX FILANDA

Recupero e riqualificazione di Edificio s Shed

"Ex Filanda" a Cernusco S/N - Mi

INQUADRAMENTO STORICO

La gelso-bachicoltura rappresentò nell’ottocento l’attività agricola principale nei territori asciutti del Nord-Est milanese, costituendo l’ossatura dell’espansione industriale della zona che ebbe origine col settore tessile.

Nel 1841 la seta prodotta in Lombardia rappresentava il 63% del totale del regno Austro-Ungarico. Indicative risultano in proposito alcune cifre relative al territorio comunale: il numero dei gelsi passa dalle 3.175 unità del 1754 alle 28.340 unità della metà dell’Ottocento, periodo in cui erano in attività sette filande e due filatoi da seta. Il numero cospicuo è giustificato dall’utilizzazione delle foglie per l’allevamento del baco da seta che alimentava un’ampia produzione del pregiato materiale.

Cernusco sul Naviglio si pone in una situazione industriale particolarmente florida, ancora attestata da alcune permanenze, tra le quali quella dei fratelli Gavazzi, sita nell’antica piazza dei Gelsi, un tempo diversamente conformata, e che successivamente prese il nome dalla manifattura. La filanda Gavazzi impiegava 106 persone ed era la più importante di Cernusco sia per la quantità della produzione che per la sua diversificazione, come attesta un documento del 1884 che fornisce una puntuale descrizione dell’opificio e delle fasi di lavorazione. Lo “Stabilimento serico Gavazzi”, in gran parte recuperato negli anni ottanta, era il principale a Cernusco per la produzione di seta filata, in trama e organzino.

Il corpo principale del complesso, già ristrutturato e sede della Banca Popolare, è attestato dal 1685 quale “Casa da Nobile” dei marchesi Rovida, destinazione che conserverà per tutto il secolo successivo. Nell’Ottocento la villa subirà una brusca trasformazione: seguendo una tendenza generalizzata in Lombardia, tesa all’industrializzazione, si assisterà all’insediamento dell’opificio all’interno dell’edificio residenziale.

La crescita del settore tessile e delle tecnologie di produzione ad esso correlate determinò rapidi e significativi mutamenti anche nella configurazione tipologica dei relativi opifici, i quali furono tra i primi ad assumere nuove configurazioni. Il prototipo dell’edificio tessile, comparso in Inghilterra nel 1718, il setificio di John Lombe a Derby, cominciò a diffondersi in Lombardia solo verso la metà del secolo con una tipologia organizzata su una pianta rettangolare lunga e stretta sviluppata in altezza. I nostri edifici tessili non si discostavano sostanzialmente dalle forme delle coeve fabbriche inglesi e tedesche note grazie ai frequenti rapporti che la classe imprenditoriale intratteneva con l’estero. All’importazione dei macchinari e dei tecnici si aggiungeva l’importazione degli schemi edilizi. L’attività progettuale si farà sempre più specialistica comprendendo sia le competenze di ingegneria meccanica che quelle di ingegneria civile. Venendo meno le caratteristiche di empirismo e improvvisazione tipiche dei primi edifici industriali, si rendeva necessario l’intervento di progettisti con preparazione specifica. Dai nuovi centri di formazione scolastica, come il Politecnico di Milano, usciranno tecnici esperti anche in virtù dello stretto rapporto con le maggiori industrie locali, dove gli studenti facevano tirocinio pratico.

Nella seconda metà del secolo, inoltre, tramite importanti riviste o sotto forma di manuali costruttivi, si diffonde la letteratura tecnica specializzata. Emblematici sono gli esempi riportati nel manuale “Particolari di costruzioni murali e finimenti di fabbricati”, scritto nel 1885 dai costruttori torinesi G. Musso e G. Copperi, che proponeva informazioni di tipo operativo presentando i diversi manufatti, veri e propri modelli tipologici applicabili a diverse situazioni. Nel manuale compaiono, tra l’altro, colonne cave di ghisa che sostengono le travi dei solai, mentre le finestre si articolano con sportelli variamente apribili verso il soffitto per motivi igienici, ma anche produttivi e tutta una serie di informazioni tese alla razionalizzazione della pratica costruttiva.

In particolare si riscontrano interessanti corrispondenze tra gli elementi strutturali impiegati nel capannone Gavazzi e quelli illustrati nel citato manuale edito da Paravia. A conferma della grande diffusione che dovette avere il manuale, gli elementi esemplificati in esso si ritrovano con grande frequenza nei reperti di archeologia industriale di inizio secolo.

Travi e pilastri in ferro e ghisa, prodotti industrialmente in serie per l’assemblaggio in cantiere, erano stati usati in Inghilterra già alla fine del Settecento e si erano progressivamente imposti sia per l’economicità costruttiva, che per fronteggiare il costante pericolo di incendi.

Con questi indirizzi e queste motivazioni si consolida la tipologia del “capannone ad un sol piano”, meno facile agli incendi, più comodamente sorvegliabile e, soprattutto, più vantaggioso dal punto di vista costruttivo perché realizzato con campate modulari e componenti standardizzate.

Il risultato della trasformazione tipologico-edilizia è il capannone con copertura a shed. L’illuminazione dall’alto, mediante una fascia vetrata esposta a Nord, consente al fabbricato di estendersi in orizzontale secondo una planimetria compatta e di grande profondità che involucra le linee continue dei macchinari

La filanda Gavazzi si pone in modo emblematico rispetto a tale linea di tendenza: inizialmente inserendosi in un edificio residenziale e, successivamente, all’inizio del Novecento, assecondando l’industrializzazione dei processi costruttivi dell’edilizia lombarda, edificando alcuni capannoni, con sostegni verticali in ghisa e copertura a shed, sull’area settentrionale dell’antico giardino.

La data di edificazione dei capannoni a shed posti lungo la via Pietro da Cernusco, sicuramente posteriore al 1902, come attesta la mappa del Cessato Catasto attivato in tale anno e conservata all’Archivio di Stato di Milano, è sconosciuta.

STATO DI FATTO

A seguito della dismissione dell’attività di tessitura è cominciata la fase di rovina dell’edificio. Per un certo periodo è stato utilizzato come magazzino per rimanere, in seguito, completamente inutilizzato.

Il periodo di utilizzo scriteriato e l’assoluta assenza di interventi di manutenzione e lo stato di abbandono hanno determinato la lenta  progressiva rovina.

La struttura muraria, in particolare per quanto riguarda le superfici esterne, è finita in stato di disfacimento e le parti in ferro si sono arrugginite. Alcune colonnine in ghisa sono state inglobate all’interno di pareti divisorie, sono state praticate alcune demolizioni in breccia nella muratura perimetrale per realizzare ingressi e aperture senza tenere conto dell’immagine di insieme, i serramenti delle finestre poste sul perimetro e i lucernari sono diventati inutilizzabili e pericolanti.

L’edificio, in pessime condizioni di conservazione, è assolutamente inagibile.

Da qui la necessità di un intervento di recupero e di riqualificazione teso in particolare alla valorizzazione dell’insieme. Obiettivo questo che necessariamente passa per la rimessa in pristino della struttura di copertura e di sostegno della stessa, con le sue capriate a shed, le sue colonnine, i tiranti e i bilancini, e per la regolarizzazione del disegno della scatola muraria.

PROGETTO

Il progetto di recupero dell’edificio trova le sue ragioni nelle seguenti premesse:

  1. si tratta di un “monumento di archeologia industriale” che richiama la memoria storica di un passato legato ad attività specifiche e caratteristiche delle comunità dell’area territoriale;

  2. l’immagine della filanda connota, con la propria presenza, la morfologia del centro cittadino;

  3. la conformazione elementare, a parallelepipedo, della scatola muraria offre flessibilità nel riutilizzo degli spazi interni.

  4. il rapporto stretto con il “Parco Trabattoni”.

Di conseguenza la scelta progettuale è stata quella di individuare le funzioni compatibili con la struttura e di conservare l’immagine complessiva del fabbricato restituendola all’uso e alla città.

Le funzioni che sono state reputate idonee sono legate alla frequentazione del pubblico e consistono nella realizzazione di uno spazio da destinare ad attività culturali di carattere museale ed espositivo legate a manifestazioni di carattere artistico. L’attività principale si completa con ambienti accessori necessari al buon funzionamento dell’insieme e consistono in:

  • atrio di ingresso e di uscita, posizionato in connessione con l’antistante parco e con la piazza pedonale, con funzione di collegamento con tutti gli ambienti previsti al piano terreno e al primo piano;

  • biglietteria-guardaroba;

  • “book shop”, per la vendita di cataloghi, libri, gadget ecc. in relazione alla manifestazioni;

  • sala conferenze, con una capienza di circa 80 persone;

  • bar tavola fredda

  • uno spazio a disposizione per piccole esposizioni collaterali temporanee o per “vernissage”  o per la semplice conversazione;

  • uffici per le attività di organizzazione degli eventi e per il controllo;

  • magazzino

 Il progetto propone le seguenti opere essenziali:

  1. Demolizione delle pareti che attualmente ripartiscono lo spazio interno, realizzate successivamente all’edificazione dell’immobile, e del massetto di pavimento, e formazione di nuovo pavimento a quota +0.05 con portata superiore ai 1.000Kg/m2 su vespaio areato realizzato con elementi tipo “igloo”.

  2. Demolizione parziale della muratura perimetrale sul lato Nord con realizzazione di una facciata vetrata, con mantenimento delle scansioni e suddivisioni assimilabili a quelle esistenti, per sottolineare il rapporto con il parco adiacente. La facciata è a taglio termico composta da montanti e traversi scatolari in alluminio con reticolo 110x100cm e vetrocamera 6+12+6 mm e vetri antinfortunistici.

  3. Rimessa in pristino della scatola muraria con regolarizzarione delle aperture e delle lesene. Ciò presuppone una meticolosa opera di risanamento della muratura in mattoni pieni con sostituzione delle parti ammalorate, demolizioni in breccia per realizzare le nuove aperture, tamponamento delle aperture esistenti non necessarie; la muratura, internamente ed esternamente, sarà intonacata e tinteggiata con pittura ai silicati di potassio modificati. Per ovviare all’inconveniente dell’umidita di risalita sarà utilizzato, nella parte inferiore, intonaco areante.

  4. Recupero e rinforzo della struttura in acciaio costituita da colonne in ghisa a sostegno della copertura a shed. Il recupero si sostanzia nell’asportazione delle tavelle in cotto e della relativa struttura di supporto, nella rimessa in pristino delle basi e dei capitelli delle colonnine, nell’eventuale rinforzo mediante infilaggio nel corpo cavo delle colonne di profili tubolari in acciaio e nella finitura a smalto delle superfici;

  5. Rimozione dell’attuale pacchetto di copertura, dei lucernari, compresa tutta la lattoneria, e sostituzione con un nuovo pacchetto di copertura isolante e areato, in grado di sostenere tegole marsigliesi e di garantire un isolamento termico adeguato. Anche i lucernari saranno sostituiti con nuovi serramenti, alcuni dei quali saranno apribili, altri fissi e altri ancora saranno dotati di sistema di evacuazione del fumo e del calore.

  6. Realizzazione di un solaio intermedio a quota +3.30, su struttura portante in acciaio con resistenza al fuoco REI 60. Tale opera consente di aumentare la superficie utile degli ambienti ottimizzando l’utilizzo del volume interno. Questo secondo livello è raggiungibile attraverso le scale, opportunamente disposte e dimensionate, oppure utilizzando un ascensore ad azionamento oleodinamico con portata 900kg (12 persone). La struttura che sostiene il piano intermedio è completamente indipendente, pur assecondandone l’andamento, da quella esistente.

  7. Tutti gli ambienti sono accessibili da portatore di handicap: il secondo livello è servito da impianto ascensore opportunamente dimensionato e sia al primo che al secondo livello sono previsti servizi igienici idonei all’utilizzo da parte di portatore di handicap. In corrispondenza delle uscite di sicurezza e degli ingressi all’edificio dono previsti rampe di raccordo con pendenza 5%.

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